L’emergenza sanitaria in atto rende difficilmente gestibili le istituzioni scolastiche, è lapalissiano. Certo, le norme non possono prevedere, a monte, le infinite fattispecie che si verificano nella realtà fattuale, quindi spetta all’interprete scavare nella ratio legis per cercare come agire al meglio nel caso concreto, anche attraverso applicazioni analogiche di quanto prescritto per situazioni “normali”. Questo è quello che, riteniamo, debba esser fatto, e che quotidianamente cerchiamo di fare al meglio, per dare sostegno e conforto ai nostri colleghi in un momento così delicato. Ciò a dispetto di chi, al contrario, interpreta la politica sindacale in altro modo, continuando a fare ostruzionismo o, peggio ancora, approfittando di un momento in cui siamo tutti più vulnerabili (sciacallaggio?) per cercare nuovi adepti. Il che, di per sè, non è delittuoso, purchè fatto in maniera trasparente e corretta e, soprattutto, purchè non si raccontino favole. Eppure, c’è chi ha ben capito che, se da piccoli di favole avevamo bisogno per addormentarci, da grandi ne abbiamo ancor più bisogno per sperare.

Scusateci tanto, ma a noi  fare i raccontastorie proprio non ci riesce bene, quindi preferiamo occuparci di questioni concrete e, soprattutto, utili. Tra queste, le ulteriori problematiche legate al recente D.L n. 18 del 17 marzo 2020, Misure di Potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. All’articolo 120 del citato decreto legge vengono messe a disposizione delle scuole risorse:

“a) per 10 milioni     di   euro nel    2020, a consentire   alle istituzioni scolastiche statali di dotarsi immediatamente di piattaforme e di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza, o di potenziare quelli già in dotazione, nel rispetto dei criteri di accessibilità per le persone con disabilità;

b) per 70 milioni di euro nel 2020, a mettere a disposizione degli studenti meno abbienti, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme di cui alla lettera a), nonché per la necessaria connettività di rete;

c) per 5 milioni di euro nel 2020, a formare il personale scolastico sulle metodologie e le tecniche per la didattica a distanza. A tal fine, può essere utilizzato anche il fondo di cui all’articolo 1, comma 125, della legge 13 luglio 2015, n. 107.”

Le istituzioni scolastiche si stanno già attivando tra mille difficoltà pratiche evidenziate nella lettera alla Ministra, accompagnate anche da dubbi relativi alle procedure, l’ultimo della serie è il seguente : è sufficiente il CIG  o bisogna anche chiedere il CUP?

Giriamo ai colleghi il parere dell’help desk del SIDI ritenendo che possa chiarire tutti i dubbi.

Con riferimento al quesito in oggetto, si  rappresenta che la richiesta del Codice Unico di Progetto (CUP) è strettamente correlata alle finalità del progetto a cui si riferisce (es., progetti di innovazione che apportano miglioramento, innalzamento delle competenze del personale ecc.) e, pur non essendo sempre obbligatoria, deve essere prevista per tutti i progetti “d’investimento pubblico” (es., progetti cofinanziati con fondi comunitari), ai sensi dell’articolo 11 della Legge 16 gennaio 2003, n. 3 e dell’articolo 3, comma 5° della Legge 13 agosto 2010, n. 136.

Nel caso in esame si evidenzia che:

* le risorse di cui all’art. 120, lettera b) del DL 18/2020 sono state inscritte nel bilancio del Ministero dell’istruzione per l’esercizio finanziario 2020 sul capitolo “Fondo per l’innovazione digitale e la didattica laboratoriale”, che si configura come spesa in conto capitale (riferita agli investimenti). Per tali investimenti risulta dunque necessario richiedere il CUP.

* le risorse di cui all’art. 120, lettere a) e c) del DL 18/2020 sono invece sul medesimo capitolo: “Spese per l’innovazione digitale e didattica laboratoriale”, che rientra tra le spese correnti. Per queste ultime, alla luce della normativa non è obbligatoria la richiesta del CUP.