In entrambe le lettere si affronta lo stesso problema: la vergognosa retribuzione dei dirigenti scolastici. Diversa, però, la conclusione: Biancato chiede “intercessione” al suo sindacato come se non fosse responsabile; Tipaldi “accusa” i sindacati e vuole spiegazioni.

Afferma la Biancato che, finora, la sua O.S. è stata “tanto impegnata in eventi di facciata più che sui nostri più urgenti diritti”. Se la collega si fosse fermata qui non avremmo avuto titolo ad intervenire su un fatto privato, libera come è di scegliere una sigla sindacale che, a suo giudizio, possa meglio tutelarla, perché “è ancora l’unica che ci può aiutare”. Siccome però estende il suo appello all’intera categoria perché lo condivida e lo rinforzi, ci sentiamo anche noi legittimi interlocutori e, altrettanto legittimamente, di argomentare il nostro totale dissenso su questa sua seconda affermazione.

Abbiamo notato che, a giusta ragione, la collega esclude dal suo orizzonte le quattro tradizionali sigle di comparto, che pure nell’insieme – come risulta dagli ufficiali e preistorici dati dell’ARAN – hanno la maggioranza assoluta, in termini di rappresentatività, nell’Area quinta della dirigenza scolastica: la riserva indiana da loro esplicitamente e da qualcun altro in maniera sotterranea da sempre difesa con le unghie e che intendono riproporre in sede di definizione delle nuove aree dirigenziali, propedeutica ai rinnovi contrattuali. E’ noto che con l’entrata in vigore della legge 124/15, dell’ennesima “epocale” riforma della pubblica amministrazione, le Aree contrattuali dovrebbero essere non più di tre: una per la dirigenza medico-sanitaria, un’altra per ammucchiarvi le dirigenze dipendenti da una cinquantina e passa amministrazioni eterogenee, e la rimanente a fungere da retrobottega per continuare a farvi stazionare gli scarti della dirigenza pubblica, in nome della “specificità della professionalità dei dirigenti scolastici”, come scrivono nel loro ultimo documento unitario contenente le linee guida per il nuovo contratto.

La Biancato le esclude, avendo esse a più riprese fornito la prova provata del completo disinteresse – se non dell’aperto ostracismo – nei confronti della “controparte datoriale” fino a ieri, e oggi – dopo l’emanazione della legge 107/15, ricettacolo di tutte le presunte nefandezze del mondo – “controparte padronale”. Ed esclude pure DIRIGENTISCUOLA-CONFEDIR, unica associazione sindacale professionale di soli dirigenti scolastici ed esente da commistioni con, giuridicamente inesistenti, “alte professionalità”, che restano docenti e personale ATA, quindi legittimi portatori di interessi e di attese che non sono, né possono essere, quelli della dirigenza. La esclude perché, presumibilmente, non la conosce. Non sa che DIRIGENTISCUOLA è nata da poco più di tre anni, è sopravvissuta a tutti gli attacchi che hanno provato a soffocarla nella culla, e, ciò nonostante, è diventata rappresentativa, come potrà facilmente verificarsi allorquando l’Aran si determinerà – o sarà costretta a farlo dai tribunali della Repubblica – a ufficializzare i dati già acquisiti al 31 dicembre 2014, quasi un anno fa! E allora, partecipando a pieno titolo ai tavoli negoziali e politici, potremo denunciare – per cognizione diretta – inerzie, evidenziare ipocrisie e smascherare connivenze, facendo uscire allo scoperto non tanto i ben visibili nemici dichiarati, bensì gli insidiosi nemici occulti, solo per chi non vuol vedere, della dirigenza scolastica.

Se la collega Biancato e coloro che sono stati invitati a sottoscrivere il suo documento vorranno visitare il nostro sito, si renderanno conto delle azioni che DIRIGENTISCUOLA ha intrapreso e continua ad intraprendere non di certo “in eventi di facciata”, ma a difesa, sostegno e tutela di una categoria “arrivata ad un livello di esasperazione intollerabile, con punte di vera disperazione”. In concreto, DIRIGENTISCUOLA ha messo a disposizione dei propri iscritti un pacchetto di polizze che assorbe circa la metà delle quote associative. Sono polizze “serie” e trasparenti, integralmente pubblicate sul sito, quindi polizze costose, per poter coprire, nella massima misura consentita dalla legge, il coacervo delle personali responsabilità che quotidianamente minacciano le nostre indecorose retribuzioni e la serenità del nostro sempre più striminzito riposo. Ha organizzato, e organizza, sul territorio seminari per aiutare i più giovani, e non solo giovani, colleghi a dipanare l’intricata normativa che quotidianamente li affatica in complicate e precarie esegesi, riveniente da fonti eterogenee, inclusa quella surrettiziamente veicolata, e spesso inventata, dalle FAQ ministeriali. Ha istituito un servizio di consulenza affidato a un pool di esperti, avvocati e dirigenti scolastici di lungo corso. Propone e aggiorna sistematicamente la modellistica e appronta vademecum: gli ultimi due, sull’abbrivo della dolorosa vicenda che ha travolto il collega Livio Bearzi, su come tentare di difendersi dalla grandine degli adempimenti imposti dalla normativa sulla sicurezza, se non si collasserà per il mostruoso apparato documentale da compilare diligentemente e da tenere costantemente aggiornato; e su come comportarsi in materia di sanzioni disciplinari comminabili ai docenti: che discutibili, e a tutt’oggi isolate, sentenze fotocopia – l’ultima è stata emessa dal giudice del lavoro di Lodi, n. 252, pubblicata il 15 novembre u.s – vogliono sottrarre, fatti salvi gli impalpabili avvertimento scritto e censura, alla competenza del dirigente responsabile della struttura organizzativa in cui possono consumarsi i tanti “misfatti” denunciati dalla stessa Amministrazione ed amplificati dalla stampa; per trasferirle agli uffici territoriali per i procedimenti disciplinarli, lontani ed estranei alle materiali dinamiche dei luoghi di lavoro, che pertanto, nel parametrare obbligatoriamente la sanzione sulla scorta di una molteplicità di – elastici, per non dire vaghi – elementi soggettivi e oggettivi riferibili all’incolpato ed elencati nei codici disciplinari dei dipendenti pubblici, hanno davanti solo carte e perciò, sostanzialmente, decidono “de relato”, con l’inevitabile conseguenza di una cautela “eccessiva” e così restando impuniti condotte assenteistiche, comportamenti ostruzionistici, scarsa produttività, palesi negligenze, manifesta incompetenza, aggressioni verbali “et alia”, perché non sanzionabili con la censura, il massimo strumento nella diretta disponibilità del dirigente scolastico, che, consistendo in una mera dichiarazione di biasimo, può solo stigmatizzare inadempienze lievi.

In proposito, e sempre a proposito di “eventi di facciata”, il proclamatosi “sindacato più autorevole e relativamente più rappresentativo della quinta area della dirigenza scolastica”, dopo aver chiesto la grazia per il collega Bearzi – potrebbe dirsi a sua insaputa e dichiaratamente in modo irrituale – ovvero, e in subordine, l’affidamento ai servizi sociali, anziché farlo con la dovuta discrezione e lontano dalla luce dei riflettori, ha sul proprio sito notiziato il colto e l’inclita di essersi recato, con una delegazione, a fargli visita nel carcere in cui sta scontando la condanna in esito alla sentenza definitiva della magistratura penale, proprio per la rigorosa applicazione della normativa sulla “sicurezza di carta”, che proietta sulla dirigenza scolastica quel cumulo di responsabilità cui, palesemente, non può farvi fronte, ma che va mantenuta perché il sindacato interloquito “non intende allontanare gli oneri di cui la legge ci ha gravato”.

E quanto alla sottrazione del potere disciplinare nella predetta sentenza del magistrato lodigiano, non ha speso una parola per orientare la categoria, così come non l’ha spesa per censurare il comportamento di un Legislatore schizofrenico, che con una legge-delega da un lato si propone di rendere più incisivi i poteri di gestione di tutta la dirigenza pubblica, di cui lo strumento delle sanzioni disciplinari è parte integrante, e dall’altro, nei decreti legislativi di attuazione, lo vuole rimettere agli uffici per i procedimenti disciplinari anche per il personale ATA, lasciando al dirigente scolastico la sola irrogazione del rimprovero scritto e dell’equivalente avvertimento scritto per i docenti: almeno a prestar fede a quanto riportato da tutti i quotidiani nella prima settimana del corrente mese.

La ragion d’essere di DIRIGENTISCUOLA non è quella di gettare fumo negli occhi, ma di riscattare una dirigenza negletta, senza per questo doversi pagare il prezzo di schiacciarla sul modello della dirigenza amministrativa, quasi a voler sanare un complesso d’inferiorità, e quindi irrimediabilmente allontanarla dalla guida e dal controllo della qualità dei processi formativi e dalla funzione di garante del diritto all’apprendimento. E non demorderà fino a quando della dirigenza “vera” la categoria non acquisirà la dignità economica e normativa. Abbiamo iniziato e proseguiamo con i ricorsi ai tribunali di tutt’Italia impugnando tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro, sempre congiuntamente sottoscritti e senza distinzioni dai quattro tradizionali sindacati generalisti e da chi continua a godere della “immutata stima”, che ha parimenti condiviso il sistematico slittamento della perequazione alla tornata successiva, firmando, a margine dell’ultimo “contratto della vergogna”, la stucchevole dichiarazione a verbale “dell’ulteriore esame delle connesse problematiche e la definizione delle opportune soluzioni nella direzione del riallineamento retributivo”(sic!).

Con la perequazione interna rivendichiamo la restituzione del furtodi furto si tratta! Non vi era alcuna conquista da fare. La R.I.A era già riconosciuta ai dirigenti scolastici e a tutti i dirigenti statali. Solo quella dei dirigenti scolastici è stata barattata, per ben altri interessi, dalle OO.SS.! – dell’anzianità maturata nel ruolo di provenienza per i vincitori di concorso ordinario dal 2000 in poi; con quella esterna lo stesso trattamento dei dirigenti “normali” di analoga seconda fascia e degli attributari di mere posizioni dirigenziali già ispettori tecnici, come noi dipendenti dallo stesso datore di lavoro. Sinora si sono avute sentenze sia in primo grado che in appello, con esiti contrastanti per la perequazione interna: a volte è stato disapplicato il CCNL, come per l’intera categoria residuale dei c.d. presidi incaricati e in parte per i dirigenti scolastici di ruolo; a volte lo stesso contratto si è rivelato un baluardo insuperabile, addirittura essendo stato ritenuto di forza superiore alla legge, che invece – come si sa – può essere dichiarata incostituzionale se affetta da irragionevolezza.

Questa motivazione, però, ha un grande valore politico: il Giudice, in buona sostanza, per chi non lo avesse ancora capito, afferma che la colpa è di chi ha firmato il contratto accettando il furto della R.I.A. e che lui non può farci niente anche se la richiesta è giusta, perché è stata accettata dalle parti!! Dimenticando, però, la nullità parziale delle clausole contrattuali, prevista dall’art. 1419 del c.c., ribadito dal D.L.vo n. 150/2009 e, da ultimo, dal c. 196, art. 1, L.107/2015. Cosa altro occorre per far capire alla categoria che non si tratta di un castigo di Dio e che ci sono dei responsabili che hanno nome e cognome? Per contro – ed è invero un’inspiegabile decisione, a seguire i dettami della logica – gli stessi giudici  pronunciando sullo stesso ricorso hanno statuito la recessività delle disposizioni pattizie e accordato la perequazione interna, mentre le hanno ritenute prevalenti e assorbenti nel rigettare la domanda per quella esterna. Presumibilmente non sarà risolutiva neanche la Corte di cassazione, sicché – esauriti infruttuosamente tutti i gradi di giudizio interni – occorrerà investire la Corte europea dei diritti dell’uomo, che si pronuncia rifuggendo da cavilli formali e seguendo criteri sostanziali. In quella sede verificheremo se la Corte riterrà giustificato, sotto il profilo della correttezza e della buona fede, il comportamento – palesemente elusivo – di un datore di lavoro che riconosce di corrispondere una retribuzione inferiore a quella dovuta a fronte di una controprestazione dirigenziale, ma ne procrastina all’infinito l’obbligata perequazione. E soprattutto verificheremo se risulterà giustificata la signoria di un contratto che, invece di tutelarla, inchioda – da quindici anni – la dirigenza scolastica nel suo status di figlia di un dio minore, ancorché oberata di una congerie di compiti, spesso del tutto impropri, e connesse, pesanti e personali responsabilità, afferenti alla predetta normativa sulla sicurezza, alla privacy, alle ritardate comunicazioni all’INAIL e/o ai centri per l’impiego e via elencando: per l’appunto, quella buona parte delle grida di dolore contenute nell’appello!

Non ci si rende pienamente conto che stiamo parlando di una dirigenza preposta alla conduzione di “strutture organizzative” ipercomplesse quali enti-organi dello Stato dotati di personalità giuridica per il doveroso esercizio di un’autonomia funzionale; di una dirigenza alle cui dipendenze operano da un minimo di settanta sino a duecento soggetti a larga prevalenza di alta qualificazione professionale e che s’interfaccia direttamente con una pletora di altri soggetti interni ed esterni, individuali e collettivi, potenzialmente illimitati: con le inerenti responsabilità che appena lambiscono, e sempre in misura parziale, i dirigenti amministrativi di pari grado, di regola incardinati in circoscritti settori interni di un unico ufficio, in una o due stanze a gestire poche unità di personale per la realizzazione di compiti per lo più delegati; e sono responsabilità del tutto estranee agli eterei dirigenti tecnici, privi di ogni potere di gestione e di una sia pur minima struttura organizzativa della cui direzione rispondere. Eppure, i primi “dirigenti normali” e i secondi tecnicamente “non dirigenti” se non esclusivamente “quoad pecuniam”, oltre a godere di prospettive di carriera in virtù di una loro riconosciuta ampia mobilità professionale, ora accentuata dalla collocazione nel nuovo ruolo unico, arrivano a percepire retribuzioni più che doppie, e talvolta triple, rispetto a chi è quotidianamente esposto, isolato, in trincea e su cui si scaricano tutte le criticità dell’Amministrazione e le inadempienze dei diversi soggetti istituzionali con i quali è costantemente chiamata a relazionarsi.

Dovremo dunque attendere che parli Strasburgo. Ma quel che intanto è stupefacente, anzi inquietante, è che, nel mentre sono quantomeno rimaste inerti, e indifferenti, le corporazioni sindacali, in larghissima prevalenza di comparto, i “gentilissimi” vertici dell’unica associazione sindacale “che ancora ci può aiutare” ci hanno bollato come “venditori di fumo” nel momento in cui abbiamo deciso di percorrere la via giudiziaria. E per dissuadere i colleghi ad imbarcarsi in pericolose avventure, hanno commissionato ad un insigne giuslavorista un parere “pro veritate” per sentirsi ovviamente confermare, in termini tecnicamente più sorvegliati, che le giuste rivendicazioni della perequazione “possono essere soddisfatte soltanto al tavolo contrattuale”. Perché, “essendo la questione della perequazione stipendiale di natura squisitamente pattizia…non può venire risolta per via giudiziaria…, non suscettibile, per difetto di giurisdizione e per incompetenza, di essere affrontata e risolta da un giudice del lavoro”. E i risultati si vedono! Anche Caringi, quindi, seppur pagato per un parere di parte, individua dei colpevoli e dei responsabili.

Ma vi è di più. E riguarda la nostra esclusione dal ruolo unico della dirigenza statale, o in una delle sezioni interne pure previste per le dirigenze connotate da particolari profili di professionalità, al di fuori del quale – per volontà del Legislatore – non vi è più dirigenza, ancorché se ne possa conservare il mero “nomen iuris”. Era un’occasione irripetibile, perché ruolo unico avrebbe, anche per noi, significato piena mobilità nei diversi rami delle pubbliche amministrazioni sulla base delle competenze possedute: per quel che uno “sa fare, non per dove lo fa”, giusto per riportare le parole della ministra Marianna Madia. Avrebbe significato uniformità di regolazione normativa. Avrebbe significato riallineamento delle retribuzioni in ragione della complessità delle strutture organizzative assegnate e un accesso non simbolico alla remunerazione di risultato.

Abbiamo provato a contrastare con tutti i modi possibili quest’autentica aberrazione, seguendo con minuziosità maniacale tutto l’itinerario che, dopo diverse bozze normative, si è ingloriosamente concluso con la menzionata legge 124/15. Scontatissima la defezione della Quadruplice, l’unico sindacato che “ci può ancora aiutare” non è andato oltre la presentazione di emendamenti e la produzione di comunicati di circostanza, senza intraprendere alcuna seria mobilitazione di una categoria che pure ufficialmente rappresenta. Ma una spiegazione c’è, perché l’inclusione della dirigenza scolastica nel ruolo unico avrebbe comportato un contratto unico per almeno cinque o sei delle attuali otto aree dirigenziali, nelle quali il sindacato cui appartiene la collega Biancato è praticamente inesistente, con conseguente diluizione del suo cospicuo grado di rappresentatività, che, restando concentrato in una sola area, assicura una comoda rendita di posizione.

I beneficiati di una “immutata stima”, che presiedono anche una confederazione di dirigenti pubblici non aggettivati avrebbero potuto coinvolgerla nella battaglia, mai intrapresa, a difesa della nostra dignità: ma sarebbe stata un’impresa improba, per manifesto conflitto d’interessi, perché questi dirigenti “veri” – adusi a tirar fuori gli artigli – mai avrebbero accettato di ridistribuire con circa ottomila ingombranti “dirigenti pezzenti” le loro già acquisite prerogative normative ed economiche, atteso che l’istituzione del ruolo unico è obbligatoriamente avvenuta a risorse finanziarie vigenti.

Queste sono le motivazioni “profonde” che …sfuggono ai più anche perché nessuno, prima della DIRIGENTISCUOLA, le ha sbandierate ai quattro venti. Abbiamo letto invece della conversione sulla via di Damasco al non più sterile percorso giudiziario, con l’avvenuta presentazione di ricorsi al TAR contro la decurtazione – peraltro provvisoria o cautelare, che dir si voglia – di una quota della retribuzione di posizione variabile e contro la sospensione della miserrima retribuzione di risultato, nonché di ricorsi al giudice del lavoro per comportamento antisindacale del MIUR perché non ha ancora comunicato i fondi per la retribuzione di risultato relativa all’anno scolastico 2015/16. Nulla da eccepire, anzi. Ma trattasi di soldi già stanziati dalla legge 107/15, a parziale copertura dell’incapienza del fondo unico nazionale, che certamente fa comodo non avere alle calende greche. Ma non può di certo dirsi che sono obiettivi strategici e decisivi per le sorti della categoria!  … ogni sistema è buono per ingraziarsi la categoria che, invece, dovrebbe indignarsi!

Ancora una postilla sulla valutazione della dirigenza scolastica, nei cui riguardi il suo “più autorevole e relativamente più rappresentativo sindacato” si è fatto paladino di una lunga serie di iperconcettuose sperimentazioni sistematicamente accavallatesi prima di poter produrre qualche effetto, messe in piedi al solo scopo di farle scientemente fallire e non erogare la retribuzione di risultato, sostituita da una vergognosa mancia elargita con criteri automatici, peraltro ora sospesa. Da tempo – ne è testimone il suo sito, se lo si vorrà scorrere – DIRIGENTISCUOLA aveva proposto l’adozione, pur con qualche possibile aggiustamento per cogliere la sublime “specificità” della dirigenza scolastica, dell’unico dispositivo consolidato ed utilizzato per valutare l’intera “banale” dirigenza del MIUR: dal capodipartimento ai dirigenti di seconda fascia; il cui protocollo risulta a tutt’oggi formalizzato nella direttiva n. 4072 del 12.05.05. Accompagnato da una sobria e didascalica circolare esplicativa, si riassume in una sola scheda SOR (Scheda di programmazione degli obiettivi e dei risultati), se necessario integrabile di una seconda scheda denominata EDE (Elementi di difficoltà evidenziati). L’intero costrutto è essenziale, chiaro, trasparente e soprattutto maneggevole: con pochi obiettivi concordati e con un solo valutatore, senza che altri soggetti entrino in scena se non in via eventuale. Pochi obiettivi prioritari e qualificanti, operazionalizzati e assistiti dall’assegnazione certa di inerenti e specifiche risorse finanziarie, umane e strumentali per poterli, senza tanti arzigogoli, conseguire: quindi riassunti in un punteggio complessivamente pari a 100, con ulteriori 10 punti assegnabili dal valutatore per premiare il “comportamento organizzativo” (esplicitato in tre righi sulla scheda SOR: analisi e programmazione, gestione e realizzazione, relazioni e coordinamento), ovvero per compensare le difficoltà evidenziate dal valutato nella scheda EDE.

L’esito – limitandoci ai dirigenti pari grado di attuale seconda fascia – è una retribuzione media annuale di risultato di trentamila euro, con punte che vanno oltre il doppio: cliccare sul sito “Trasparenza” del MIUR per credere! Ma siamo rimasti isolati e ora siamo fuori tempo massimo, perché i vecchi caravanserragli sono stati compendiati e codificati nell’art. 1, comma 93 della legge 107/15. E nessuno muove voce.

In conclusione, noi speriamo che tutti i dirigenti scolastici chiamati dalla collega a sottoscrivere il suo documento e coloro che ci leggono si rendano avvertiti dell’inutilità di affidarsi alla benevolenza dei responsabili. Bisogna invece sporcarsi le mani, scendere nell’arena, revocare la fiducia ai responsabili e spendersi direttamente, come già è avvenuto in diverse parti d’Italia. … Grosseto docet!

Meno incisiva ma più eclatante la proposta del collega di Salerno che, idignato, invitò i colleghi a bruciare le deleghe sindacali in pubblica piazza.

Molto incisiva, invece, la decisione di centinaia di colleghi che hanno reagito revocando la loro delega,  iscrivendosi alla DIRIGENTISCUOLA e chiedendo Giustizia al Giudice, consapevoli che, chi ha creato il problema,  certamente non può risolverlo per i troppi interessi e compromessi e … perchè la categoria è in tutt’altrte faccende affacendata.

 In definitiva ciascuno è artefice del proprio destino. Se si è arrivati a tanto la colpa è anche della categoria che lo ha consentito senza reagire.

Ben venga, quindi, la reazione e lo sdegno della Biancato e di chiunque finalmente prende coscienza dell’emergenza salariale,  ma con ben altro epilogo!

Bisognava creare una alternativa, l’abbiamo fatto, spetta ora alla categoria utilizzarla! Abbiamo costruito uno strumento d’azione per la categoria e per chi è disposto, con i fatti, ad utilizzarlo al meglio. Non una monarchia contornata da consigli della corona e da tramandare per discendenza dinastica.

Solo la squadra che vince non si cambia! Se perde e non porta a casa i RISULTATI va cambiata immediatamente. Invece la squadra che vince, e non è il nostro caso, non si cambia, ma si cambiano i giocatori!  Solo lo  statuto della DIRIGENTISCUOLA prevede al massimo due mandati per il segretario generale!

Il potere sta in mano alla categoria ed è ora che lo eserciti cum grano salis!

“Più volte mi sono chiesto – chiosa Attilio Fratta, Segretario generale della DIRIGENTISCUOLA e Segretario aggiunto della Confedir –   cosa sarebbe successo  se le OO.SS. avessero tutelato i dirigenti scolastici ottenendo per loro una retribuzione pari ad almeno il doppio di quella degli altri dirigenti di pari fascia. Di certo non avrebbero fatto  neanche in tempo a fare le valige e tentare di scappare in Svizzera… sarebbero stati fermati ancor prima di  Dongo! E questo perchè gli altri dirigenti stanno attenti e controllano coloro ai quali hanno rilasciato  la delega, pronti a revocarla se non vengono tutelati o, peggio, addirittura danneggiati. I dirigenti scolastici, invece, non solo non reagiscono, ma spesso  non sono informati.  Scoprire, per fare solo un esempio, che in molti non sanno che, grazie alle OO.SS. che hanno sottoscritto il CCNL, le reggenze vengono pagate con il fondo regionale, ossia con i soldi della categoria,   è  preoccupante. “