Si sapeva bene che i sindacati di comparto, dando ipocritamente mostra di voler tutelare la controparte dei docenti e del personale ATA, avrebbero reiterato l’ennesimo “niet” anche sull’ultimo dispositivo messo a punto dal MIUR che si fonda sull’applicazione del disastro della 107.

La valutazione non s’ha da fare – dunque – nonostante siano oramai decorsi tre lustri dal conferimento della qualifica dirigenziale ai già presidi, direttori didattici e figure affini! Una dirigenza specifica deve così restare l’unica dirigenza pubblica a non essere valutata.

Una dirigenza non valutata, infatti, non è legittimata a valutare i propri dipendenti, né a corrispondere premi ovvero irrogare sanzioni e, ancor prima, a individuare i docenti dagli ambiti territoriali e poi stipulare i relativi atti d’incarico: pur se queste attribuzioni portate in dote dalla Buona scuola paiono in procinto di essere vanificate dallo scellerato Accordo sottoscritto dal MIUR e dai sindacati di comparto il 29 dicembre 2016. Accordo replicante i contenuti dell’Intesa del precedente 30 novembre tra i vertici della Funzione Pubblica e i segretari confederali di CGIL-CISL-UIL per modificare, con privati strumenti pattizi ed in assenza delle parti interessate, norme imperative.

Sennonché un’Associazione sindacale, la più autorevole e relativamente più rappresentativa della dirigenza scolastica, licenzia un comunicato di fuoco per stigmatizzare giustamente il cedimento dell’Amministrazione, rimarcando che non si possono valutare i dirigenti mentre vengono meno gli strumenti più incisivi per la loro azione, una volta che ne risultino svuotate le prerogative. Per poi concludere: no alla valutazione dei dirigenti scolastici se se ne indebolisce la funzione!

DIRIGENTISCUOLA-Di.S.Conf. non è in grado di stimare – né è rilevante – se questa analoga radicale posizione si proponga di indurre ad un auspicabile e doveroso ripensamento l’Amministrazione oppure – a detta del segretario generale della UIL Scuola – costituisca la classica pezza a colori per uscire da un sistema in cui ci si era infilati…e riconquistare il consenso che si stava perdendo”.

Di certo, se cinque sindacati rappresentativi su sei, che assommano il 94% delle deleghe rilasciate dai dirigenti scolastici, sono – non importa se per opposte ragioni – contrari anche a questa valutazione, allora è la valutazione tout court che è destinata a fallire. E, fallendo, darà la stura all’ennesimo rinvio sine die della legittima aspirazione di normalità di una dirigenza non più aggettivata. Perché senza valutazione non c’è dirigenza!.

DIRIGENTISCUOLA-Di.S.Conf. ritiene, al di là dei reali intendimenti del più autorevole e relativamente più rappresentativo sindacato della dirigenza scolastica, che deve essere disinnescato un pericoloso cortocircuito, per intanto ed anzitutto non essendo assolutamente vero che la dirigenza scolastica non possa essere sottoposta a valutazione sol perché se ne annacquano – o se ne azzerano – i poteri.

Impregiudicate le esigenze di garanzia dei suoi destinatari, una corretta valutazione dovrà, semplicemente, considerare, oltre all’effettività e alla qualità delle risorse assegnate, i reintrodotti vincoli di sistema che eroderebbero poteri gestionali non più nella loro diretta disponibilità.
Scartato ancora una volta quel sobrio modello, essenziale e funzionale, da tempo utilizzato per la valutazione della dirigenza del MIUR, e pure in qualche misura a suo tempo suggerito da Consiglio superiore della pubblica istruzione, in sostanza si tratterà di curare la diligente compilazione delle – tante – carte (al momento sono 20, dal PTOF agli Strumenti di percezione del servizio) e correlarle al rispetto delle procedure.

Insomma, come nella sequela delle risalenti iperconcettuose e naufragate sperimentazioni, i risultati dell’azione del dirigente scolastico e il raggiungimento degli obiettivi coincidono con i comportamenti organizzativi, rilevabili con una serie di indicatori e descrittori la cui frequenza e la cui intensità siano convenzionalmente ritenuti significativi.

È dunque una valutazione di processo, peraltro connaturata alla peculiarità delle istituzioni scolastiche, non assimilabili ad un ufficio amministrativo, strutturalmente contrassegnato da procedure in larga prevalenza standardizzate per la produzione di atti giuridici esenti dai canonici vizi di legittimità (incompetenza, eccesso di potere, violazione di legge); nel mentre le scuole sono chiamate a progettare e realizzare un servizio tecnico, d’indole immateriale (istruire, educare, formare), mediato da organi collegiali con poteri deliberanti e non meramente consultivi, idonei ad esprimere determinazioni volitive finali, ed erogato da soggetti professionali la cui azione, connotata da ampi margini di discrezionalità, va parimenti coordinata e condotta a sistema dal dirigente preposto alla conduzione di queste, molto particolari, strutture organizzative tipicamente a legami deboli, in cui l’interpretazione prevale sull’ordinata esecuzione, con la conseguenza della non prevedibilità-omogeneità ed una certa imponderabilità degli esiti: che, naturalmente, non si possono scaricare sul dirigente scolastico, perché non sono nella sua diretta disponibilità.

Non sussiste, dunque, ragione giuridica nel rifiutare questa valutazione come una delle tante molestie burocratiche, perché comunque trattasi quasi tutte di carte che devono essere prodotte a prescindere.
E, soprattutto, non è conveniente rifiutarla, se si assumono sani criteri pragmatici: invero impresa ostica per una categoria che spesso pare vocata al martirio, se dire autolesionismo disturba.

Perché, se è pur vero che le ricadute economiche non paiono di significativa consistenza, sideralmente lontane dalle cifre percepite dai generici dirigenti amministrativi e tecnici del medesimo datore di lavoro, sottrarsi, ancora una volta, alla valutazione significa cristallizzare lo status di dirigenti figli di un dio minore.