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GIUSTO NON AMMETTERE ALL’ESAME DI STATO PER IL COMPORTAMENTO? LE RIFLESSIONI DI DIRIGENTISCUOLA

GIUSTO NON AMMETTERE ALL’ESAME DI STATO PER IL COMPORTAMENTO? LE RIFLESSIONI DI DIRIGENTISCUOLA

L’Ordinanza n.67 del 31 marzo 2025, con la quale il ministro Valditara ha disciplinato – in ossequio a quanto stabilito dalla Legge 1 ottobre 2024 n.150, recante modifiche alla valutazione del comportamento di alunni e studenti – l’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione per il corrente anno scolastico 2024/2025, ha il pregio di mettere con coerenza al centro dei requisiti di ammissione la valutazione del comportamento degli studenti. Già durante l’iter di approvazione della citata legge – attraverso la presa di posizione del Presidente Fratta DIRIGENTISCUOLA aveva salutato con grande favore l’intervento sul tema della valutazione del comportamento da parte del ministro, condividendone appieno le finalità, pur non mancando di denunciare – al contempo – l’urgenza di un orientamento ancora più incisivo, che privilegiasse un approccio culturale alla prevenzione, all’educazione e alla formazione dei discenti, perché “si comporta e agisce come si pensa”.

Già vent’anni fa Umberto Galimberti proponeva, per gli alunni che infrangevano le regole, ore aggiuntive di educazione civica da svolgere con docenti retribuiti – per quelle ore – a carico delle famiglie. Ore da dedicare ad approfondire non manuali teorici, bensì testi che parlassero di violenza fisica, psicologica e del linguaggio. E solo pochi giorni fa lo stesso Galimberti, intervenendo sulla responsabilità genitoriale, ha sostenuto che “i padri non parlano con i bambini perché si annoiano. Le madri parlano, ma a livello di raccomandazioni pratiche, tipo il prestare attenzione per strada oppure l’asciugare i capelli per bene. Mai domande che si elevino al livello psicologico di confronto, tipo <<sei felice?>>. Bisogna parlare tanto con i figli e – altrettanto – ascoltarli. Invece i genitori, in cambio delle parole mancate, riempiono i figli di regali. Regali al compleanno, regali a Natale, regali a Pasqua, regali alla fine dell’anno, regali se sono promossi. Quei regali sono dei veri e propri delitti, perché uccidono il desiderio. Il desiderio è mancanza, ma se le cose le dai ai figli prima ancora che le desiderino, l’attivazione psichica per raggiungere l’oggetto del desiderio non avviene, e il figlio non si attiva più. E i genitori poi arrivano a dire: mio figlio non desidera niente. Ma i genitori d’oggi non comprendono che la mancanza di desiderio è il conto da pagare per tutti i regali fatti.

Da diversi anni anche Paolo Crepet – che sovente interviene in tema di responsabilità genitoriale – sostiene che “educare è togliere, perché se i bambini hanno tutto, non impareranno mai a desiderare e a conquistare”.

 

È di tutta evidenza – a parere di DIRIGENTISCUOLA – che l’educazione alla vita, che si apprende anche sui banchi di scuola, è indispensabile passi attraverso una sofferenza necessaria, della cui inevitabilità ogni genitore dovrebbe essere consapevole, poiché eccessive tutele consegnerebbero alla società figli – e cittadini – passivi e privi di slanci, quando non addirittura protagonisti di comportamenti devianti. Da dove arriva la facilità con la quale si smerciano sostanze stupefacenti, si rubano auto in pieno giorno e a volto scoperto, si svaligiano appartamenti anche videosorvegliati? Non nasce forse dalla consapevolezza che il prezzo eventualmente da pagare (spesso esiguo o inesistente) valga la pena di correre il rischio? La sempre più blanda punibilità dei comportamenti sbagliati – che si trasforma in sostanziale impunibilità – nasce proprio da quel luogo formativo primario che è la famiglia, la quale sovente sperimenta un vissuto di esenzione dalle responsabilità che contagia la società e la scuola.

 

Massimo Recalcati, senza mezzi termini, ha recentemente parlato del “dato drammatico e scoraggiante rappresentato dalla rottura del patto educativo che vincolava genitori e insegnanti nel difficile compito di educare, con genitori che fanno i sindacalisti dei figli e un corpo docente sempre più isolato, maltrattato economicamente e dileggiato socialmente” e poi ancora di “un’altra cifra perversa del nostro tempo: quella dell’autoformazione, del delirio di formarsi da soli. La formazione implica sempre l’incontro con l’altro, l’incontro con un maestro. Abbiamo bisogno di maestri. E benedetti i maestri, visto che siamo nel tempo dell’estinzione dei maestri!

 

A parere di DIRIGENTISCUOLA emerge in modo incontrovertibile, dalle parole degli intellettuali citati, la necessità di un intervento normativo sistematico che imponga per legge:

  • di costituire un sistema di sanzioni da comminare durante l’anno scolastico che induca l’alunno o lo studente a costruire la consapevolezza dell’esistenza del senso del limite;
  • alla famiglia una rinnovata responsabilità genitoriale ed educativa, con responsabilità personale oggettiva – civile e penale – dei genitori in ordine ai comportamenti dei figli;
  • in caso di comportamenti scolastici negativi, l’obbligo per gli alunni, gli studenti e i genitori di seguire insieme e a cadenza settimanale percorsi rieducativi alla socialità e al rispetto verso l’altro, che in caso di mancata frequenza configurino elusione dell’obbligo di istruzione con conseguenze penali per i genitori stessi.

 

DIRIGENTISCUOLA – conclude il Presidente Fratta – nell’interesse di tutto il sistema scolastico e dei nostri giovani è pronta a collaborare con il ministero per scrivere un nuovo patto scuola-famiglia adatto ai difficili tempi che viviamo. Se vogliamo salvare la scuola italiana – e non solo la scuola – la strada maestra è questa.”

 

 

 

 

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