Sommerso da una marea di critiche, con il più rappresentativo dei sindacati che invita i dirigenti scolastici a mettersi in ferie, a questo punto non essendo più loro compito quello di sbrogliare una matassa divenuta intricatissima, il Comitato tecnico scientifico proverà nella nuova riunione del 19 prossimo a raddrizzare la barra, dopo l’inopinata decisione assunta nell’antivigilia di Ferragosto – provvisoriamente mascherine chirurgiche dove non è possibile il distanziamento – per un sempre più complicato avvio dell’anno scolastico in presenza.

Proverà a farlo chiamando a soccorso la lussureggiante lingua italiana e strutturalmente predisposta per gli eleganti eufemismi.

Ma se, in luogo di assicurare un paracadute a un’Amministrazione fin qui ondivaga se non inconcludente, coniugherà la scienza con il buon senso, dovrebbe suggerire l’unica soluzione al momento realistica, vale a dire la didattica a distanza: sempreché si stimi prevalente il diritto alla salute, degli studenti e non meno del personale – dirigenti, docenti e Ata – abbondantemente over cinquanta e quindi potenzialmente tutti soggetti fragili.

Evidenze inoppugnabili nei paesi che hanno riaperto le scuole testimoniano una recrudescenza pandemica. E gli scienziati sono concordi nel ritenere che il ritorno in presenza dovrebbe congiuntamente prevedere, quale misura precauzionale ineludibile, mascherine per coprire costantemente bocca e naso, fino a otto ore al giorno nel tempo pieno, rigoroso distanziamento tra le rime buccali (oltre l’igienizzazione e l’areazione continua dei locali) e soprattutto un costante controllo che ne assicuri il loro rispetto: cosa impossibile, sol che si abbiano i piedi per terra, con venti-venticinque bambini o con venticinque-trenta adolescenti affidati a un docente, siano o meno sostituiti i tradizionali banchi con i preannunciati, e costosi, monopattini se e quando saranno disponibili, collocati o meno in aule anguste o spaziose, ovvero nei fantasiosi e tuttora languenti contenitori alternativi che dovrebbero fornire, attrezzandoli, gli enti locali o l’evanescente privato sociale, altresì sollecitati a stipulare con le istituzioni scolastiche patti educativi di comunità per lo svolgimento di attività integrative o alternative alla didattica: ludico-ricreative, di approfondimento culturale, artistico, coreutico, musicale, motorio-sportivo… e quant’altro.

A tacere – e sono invano trascorsi sei mesi dalla chiusura delle scuole – dell’irrisolto problema a monte: quello dei mezzi di trasporto pubblico in condizioni di sicurezza, dato che a scuola non tutti ci arrivano a piedi o in bicicletta.

I corposi finanziamenti sin qui resi disponibili, da ultimo incrementati con il decreto legge del 14 agosto, potranno agevolmente garantire in via prioritaria e gratuitamente la dotazione all’intera utenza di appropriati device ed efficienti collegamenti internet, insieme al necessario supporto tecnico ai docenti deficitari nelle competenze informatiche e a un sostegno ai genitori nell’obbligato affidamento dei figli a personale e strutture idonei nel tempo in cui sono impegnati in attività lavorative.

E senza più cincischiare dovrà attivarsi una sequenza contrattuale che per l’inizio dell’anno scolastico abbia definito e disciplinato la didattica a distanza per renderla esigibile in termini di precisi diritti e obblighi connessi al rapporto di lavoro, sottraendola a un improvvisato faidaté, atteso che fantomatici comitati, con stuolo di legali a seguito, si apprestano a inondare tutte le istituzioni scolastiche della Penisola di moduli precompilati di diffida ai dirigenti scolastici.