L’avvio di un procedimento disciplinare, reso noto da Repubblica, nei confronti del collega Alfonso D’Ambrosio è l’ennesima conferma che la legge sarà pure uguale per tutti, ma non tutti sono uguali per la legge. Ovvero la legge si applica per i nemici e si interpreta per gli amici, i protetti, gli intoccabili.

Per deliberata scelta di rispetto della privacy del collega inciso, al quale abbiamo espresso in privato tutta la nostra solidarietà, non entriamo nel merito sulla fondatezza o meno del procedimento disciplinare avviato dal competente UPD del Veneto, su doppia segnalazione – a quanto si legge – del Dipartimento per il Sistema Educativo di Istruzione e Formazione del Ministero dell’Istruzione.

Sarà il collega o chi lo assisterà a dimostrare, in sede di contraddittorio, se nei sedici post pubblicati nella sua pagina Facebook tra ottobre e dicembre, oggetto della contestazione, ha esercitato il diritto di critica nei confronti della ministra Azzolina, rispettando i dovuti canoni di correttezza e continenza, oppure se la libera manifestazione del pensiero sia trasmodata in comportamenti diffamatori o calunniosi verso la pubblica Amministrazione o suoi organi di vertice (art. 28, comma 7, lettera b del CCNL di area), altresì astrattamente integranti fattispecie di reato.

Ma pare prima facie evidente per la Dr.ssa Nappa, dirigente dell’UPD del Veneto – a differenza della stessa Ministra, che ha dichiarato di considerarla legittima –, che la predetta libera manifestazione del pensiero debba intendersi qui radicalmente preclusa ai dirigenti scolastici che, in luogo di obbedir tacendo, evidenziano inadeguatezze dei vertici o manchevolezze degli apparati amministrativi. Perché se così non fosse non avrebbe avviato il procedimento disciplinare nei confronti del Dr. D’Ambrosio e avrebbe legittimamente disatteso le segnalazioni del Dipartimento; che, invece, ha messo ben in risalto nella chilometrica contestazione.

E se la legge è uguale per tutti allora la Dr.ssa Nappa dovrà spiegarci perché non ha inteso farla valere, in presenza di analoghi comportamenti di docenti e Ata nei confronti dei dirigenti scolastici, ritenendo invece che possono ben offendere, calunniare, magari aggredire fisicamente i loro datori di lavoro e chiederne finanche la rimozione: non solo senza incorrere in alcuna censura, ma pure avendo la soddisfazione di vederli sottoposti automaticamente a procedimento disciplinare, con voluto clamore mediatico; che, si concluda (quasi sempre) con una sanzione o (raramente) con un provvedimento di archiviazione, produce talvolta  effetti tragici.

E’ il caso, verificatosi proprio in Veneto, del suicidio del dirigente scolastico Vittore Pecchini, lasciato solo dall’Amministrazione a vivere il martellante concentrico attacco alla persona – una vera e propria demonizzazione ad hominem – delle sigle sindacali di comparto, rappresentative e non; che, dopo aver aizzato docenti, studenti, genitori e l’intera comunità educante nella sua massima dilatazione possibile, hanno imposto all’Ufficio scolastico regionale di rimuovere lo sventurato collega, replicando il copione che pochi anni prima avevano costretto la titolare di quella stessa scuola a scappar via.

Non si tratta di un caso isolato! Per fortuna non tutti arrivano al gesto estremo, ma vengono comunque distrutti psicologicamente e professionalmente.

E’ infatti un copione replicato sistematicamente su tutto il territorio nazionale:

– in Piemonte il D.G. ha perfino sospeso il dirigente che si era rifiutato – senza ordine di servizio, che sarebbe stato palesemente privo di fondamento giuridico – di archiviare due procedimenti disciplinari nei confronti di intoccabili docenti protetti da ben note sigle sindacali, pronte nel minacciare manifestazioni sotto l’USR;

– nel Lazio un solo docente, protetto dall’USR, sforna decine di mail, esposti, articoli di giornale diffamando e calunniando la dirigente colpevole di aver rimosso una serie di irregolarità e privilegi dello stesso. E l’USR dispone una serie di sistematiche visite ispettive massacrandola. Ovviamente non ha mai sottoposto a procedimento disciplinare il docente, neanche dopo aver dovuto prendere atto dell’infondatezza delle sue accuse;

–  in Puglia dove una docente non avendo superato il concorso da dirigente, non può accettare che la sua ex collega ora sia la sua dirigente; quindi attacchi in presenza nei collegi dei docenti, esposti calunniosi e diffamatori e immediate ispezioni dell’UPD, procedimenti disciplinari, sanzioni che distruggono la dirigente e mettono in ginocchio un intero istituto. Trasferita la docente dopo il rinvio a giudizio, la dirigente per anni massacrata e ritenuta non all’altezza del compito, riacquistata la serenità, all’improvviso diventa una brava dirigente.

In tutti i casi citati DIRIGENTISCUOLA è dovuta intervenire denunciando anche penalmente i responsabili dell’Amministrazione, chiedendo l’intervento dell’UPD nazionale che, nonostante l’obbligatorietà dell’azione disciplinare, non ha mai avviato alcun procedimento disciplinare.

Inutile coltivare la speranza che nella mente di chi non vuole grane – prestando supina acquiescenza a chi poi dà mostra di aver innescato il meccanismo sanzionatorio a sua insaputa – alberghi l’idea che debba essere tutelata la sfera personale e la dignità di fedeli servitori dello Stato, unitamente alla consapevolezza che, venendosi meno a questo dovere, è intaccata la stessa integrità e la stessa positiva immagine dell’Amministrazione in loco.

Ma è mai possibile che chi abusa dei suoi poteri disciplinari, applicandoli in modo distorto, magari su input di superiori istanze, non debba mai pagar pegno?

E’ possibile che non vengano mai avviati nei loro confronti, nonostante le rigorose esplicite prescrizioni di legge, procedimenti disciplinari?

E’ possibile che per tutelare la categoria DIRIGENTISCUOLA si è dovuta costringere a costituire un’apposita task-force, oltre a denunciare direttori generali e responsabili degli uffici dei procedimenti disciplinari sino a chiederne la rimozione?