E’ uscito da pochi giorni il primo dei dieci nuovi bandi Fondo Sociale Europeo (FSE) che
porteranno 830 milioni di euro alle scuole italiane. Sembrerebbe di per sè una buona notizia.
Lo è davvero?
La logica dei bandi volti ad assegnare fondi nazionali o europei alle scuole, ne sta profondamente
cambiando la gestione ordinaria, mutandone i tempi di programmazione, gli standard di lavoro e
l’amministrazione.
In meglio o in peggio? Vediamo.
Un istituto scolastico è una struttura dotata di complessità non comune, non inferiore a quella di
un’azienda di medie dimensioni. In ogni organizzazione che si rispetti, la programmazione delle
risorse è il cardine su cui si fondano la buona gestione, lo sviluppo ed il miglioramento.
Questo accade, a maggior ragione, quando le risorse economiche risultano scarse.
In buona sostanza, un istituto dovrebbe poter contare su risorse programmabili prima dell’inizio
dell’anno scolastico, definendo i propri standard di servizio e procedendo alla realizzazione di tutte
le attività in favore degli studenti (curricolo, progetti, servizi aggiuntivi…).
Ciò garantirebbe, oltre all’ attuazione in tempi adeguati, una normale calendarizzazione dei percorsi
durante l’anno, ma anche opportune valutazioni e verifiche, e un piano successivo di
miglioramento. Insomma, un buon governo.
Sembrano considerazioni banali, che chiunque potrebbe condividere.
In realtà, la situazione degli istituti scolastici italiani, negli ultimi due anni, si è evoluta al contrario.
Va detto che i fondi per la gestione ordinaria (funzionamento) sono aumentati grazie alle scelte del
governo Renzi. Si tratta di cifre che vanno dai 20 ai 50 euro per studente l’anno, che dovrebbero
coprire le spese più fondamentali (mettiamoci la famosa carta igienica, i materiali di consumo, le
manutenzioni, le attrezzature per la didattica…), ma che non consentono l’ampliamento
dell’offerta formativa o l’impegno in acquisti consistenti.
Finanziamenti in aggiunta all’ ordinario si possono reperire solo attraverso bandi ricorrenti, che il
Miur dispone con fondi propri o con fondi europei. Vuol dire che per ottenere finanziamenti ad hoc,
l’unico sistema è partecipare alla selezione di progetti mirati.
Fin qui non ci sarebbe nulla di strano: potrebbe apparentemente sembrare un sintomo di qualità.
Se non fosse che la tempistica e l’organizzazione di queste procedure (nonché la successiva
complessità di gestione burocratica) mal si adattano alla necessità di programmazione sopra
definita.
Inoltre, questi finanziamenti sono, per loro stessa definizione e struttura, rigidamente vincolati solo
ad alcune finalità, uguali su tutto il territorio nazionale. Mentre si sa che le scuole hanno esigenze
molto diverse tra loro, anche all’ interno della medesima zona geografica.
E’ significativa, a questo proposito, la metafora che gira in rete sotto forma di vignetta (ormai
diventata un cult) sulla scuola che crolla in pezzi, con all’ interno decine di nuovi computer.
Insomma, si rischia di sprecare risorse da una parte e non averne dall’ altra.
Una seria autonomia scolastica dovrebbe invece prevedere un budget onnicomprensivo e non
vincolato. Questo accade nelle scuole di quei paesi vicini a noi (Regno Unito, Germania, paesi del
nord), ai quali guardiamo, ammirati non solo dalla qualità dei loro risultati e degli edifici, ma anche
dall’ efficienza dei loro sistemi.
Tralasciando i precedenti, prendiamo in considerazione i prossimi dieci bandi FSE. In uscita da qui
ad aprile, con termine di presentazione a circa due mesi dall’uscita dell’avviso, provocheranno un
tour de force piuttosto incompatibile con il buon governo del servizio scolastico.
Può risultare utile un rapido calcolo “alternativo”: se fossero distribuiti direttamente alle scuole, a
seconda della complessità e delle rispettive esigenze, gli 830 milioni complessivi di queste 10
azioni, si otterrebbe un finanziamento medio di circa 100.000 euro, col quale ogni istituto potrebbe
governare efficientemente la propria offerta formativa.
Per non confondere un’assegnazione di fondi generalizzata con la famigerata “distribuzione a
pioggia” (che in una comunità civile dovrebbe comunque apparire come un diritto e non come una
bestemmia, trattandosi di un servizio essenziale…), sarebbe sufficiente mettere in piedi un sistema
di verifiche serie e mirate. E responsabilizzare i dirigenti, che tanto la responsabilità già l’hanno per
contratto.
Questa dovrebbe essere la vera autonomia disposta dalla legge. Questa, la reale qualità del microsistema
scuola.
Ma analizziamo brevemente l’impatto del sistema “emergente” dei bandi con la realtà e
valutiamone gli effetti:
1 – nelle scuole non esiste un gruppo di ricerca e sviluppo che possa occuparsi solo dei bandi, così
come accade nelle aziende più innovative. Il personale è misurato sulle necessità quotidiane di
servizio. Spesso non è nemmeno troppo preparato. Per accedere a ruoli di segreteria, selezioni
per merito non se ne fanno più da decenni. Si aggiunga che al momento un istituto su quattro è
senza preside. Un dirigente su quattro, con un istituto in reggenza oltre al proprio di titolarità, si
trova a dover seguire doppie scuole e doppi bandi;
2 – la tempistica ministeriale è diacronica rispetto all’ anno scolastico, e molto lenta. Avviso e
scadenza del bando spesso sono seguiti da tempi biblici per la valutazione dei progetti, con il
risultato che si riesce ad ottenere il sospirato finanziamento (se si ha la fortuna di venir ammessi)
con molti mesi, a volte anni, di ritardo sul progetto, ormai diventato obsoleto;
3 – la rincorsa ai bandi (se si pensa ai dieci condensati in due mesi, verso il termine di quest’anno
scolastico), oltre ad escludere la possibilità di conoscere le risorse certe e di programmarle per
tempo, induce a perdere di vista il quotidiano, l’esistente, e ad indirizzare le energie umane e
professionali (del dirigente, del DSGA e dei docenti che collaborano attivamente) in una tensione
continua verso un futuro incerto;
4- se la logica si basa sulla premialità, siamo davvero sicuri che vincano i progetti migliori? Si
lascia aperta la risposta, evidenziando che quando i progetti presentati per un bando arrivano a
4.000 unità (realisticamente, solo il 50% delle scuole), non è pensabile che la valutazione di
ciascun elaborato (digitale o cartaceo) sia affidabile. Un rapido calcolo: 10 minuti per la lettura
integrale di un progetto (pochini, ma proviamo…), per 4.000 progetti, sono 40.000 minuti di lavoro
(in una commissione formata presumibilmente da più elementi), cioè circa 650 ore, ovverosia 81
giornate lavorative da 8 ore. Tre mesi per ciascun bando. Da qui ad aprile i bandi saranno 10 … ;
5 – non tanto in relazione ai fondi Miur, ma più pesantemente per i fondi FSE, la gestione
burocratica di uno solo dei progetti riesce a paralizzare una segreteria. Le procedure volute
dall’ Europa si complicano esponenzialmente una volta approdate sul suolo nazionale, e arrivano
alle scuole sotto l’aspetto di piattaforme digitali, che invece di semplificare il lavoro, riproducono e
moltiplicano gli adempimenti cartacei, in una sorta di sistema a scatole cinesi. Per ciascuna azione
FSE, si sprecano i manuali d’uso (decine di pagine ciascuno…), per far sì che gli operatori delle
segreterie, i dirigenti e i direttori amministrativi ne possano venire a capo. Semplice trasparenza
amministrativa o schizofrenia burocratica ?
6 – la somma di potenziali buoni progetti non fa una buona scuola. La logica del progettificio
disperde, frammenta, non fornisce unitarietà, coerenza e continuità. Basterebbe questo per
cambiare rotta. D’altra parte, questa stessa modalità cozza contro la norma che impone,
opportunamente, alle scuole di redigere un Piano Triennale per l’Offerta Formativa, programmando
per tempo, ragionando sulle necessità formative nel proprio contesto, ma lasciando solo parole
vuote se non si definiscono le risorse economiche;
7 – spesso le risorse messe a disposizione toccano le scuole solo di striscio. Ovverosia, per alcuni
bandi le spese ammissibili sono vincolate e destinate all’ esterno: formatori, fornitori, enti, eccetera.
Non vanno ad aumentare i servizi.
Questo modo di procedere è il contrario dell’autonomia. E’ frammentazione illogica ed inefficace. E’
sinonimo di cattiva amministrazione.
Ed è anche sintomo evidente di scarsa fiducia nei dirigenti scolastici e nel personale della scuola.
Non si intuisca, in conclusione, un abbandono della necessità di controllo.
Gli strumenti per verificare come le scuole spendono i finanziamenti loro assegnati ci sono, anche
senza turbinio di progetti e senza piattaforme per la loro gestione burocratica.
In un sistema serio, che quest’anno valuta per primi i dirigenti scolastici, il controllo dovrebbe
seguire le logiche di una corretta pianificazione, pratica per il momento impossibile da mettere in
atto.
Signora Ministra, lei è una persona concreta. Ci rifletta. Riveda un sistema che sta
progressivamente ma inesorabilmente affossando il governo delle scuole, demotivando il
personale e spegnendo ogni sforzo di miglioramento.
Inverta la rotta e permetta il ripristino di una serenità di lavoro senza la quale la scuola italiana
rischia di rimanere al palo, nonostante le centinaia di milioni di euro che su di essa (ma meglio
sarebbe dire: intorno ad essa) si stanno riversando.
Assegnare i fondi in altro modo si può. Si possono creare automatismi, velocizzare i tempi e le
procedure, snellire gli adempimenti burocratici, senza venir meno ai dettami europei ed alla
trasparenza.
Certo, ci vuole un po’ di coraggio. Ma lei, signora Ministra, ne ha da vendere.