Lo sapevamo già che nell’incontro in remoto dell’1 aprile con la ministra dell’Istruzione le storiche sigle del comparto scuola, in fatto da tempo costituitesi in un solo corpo, avrebbero reclamato la più celere assunzione e stabilizzazione di quanti più precari possibili con le procedure semplificate al massimo: di docenti, di aspiranti DSGA senza titolo, fino ai collaboratori scolastici; cui, l’unico e quadruplo (o quintuplo) proprietario del sesto sindacato rappresentativo e di svariate sigle a far da corona,  ha aggiunto – per non farsi mancare nulla –  gli aspiranti dirigenti scolastici già stoppati alla prova preselettiva, ma che abbiano in piedi un contenzioso, magari patrocinato dalla sua inossidabile fabbrica dei ricorsi, un tot a chilo, operante a ciclo continuo anche nell’epoca del COVID-19. Giusto perché – e non si sa per quanto tempo – siamo in emergenza. Dunque, se non ora quando?

Qualcuno ha bisogno di altre prove? In un incontro di COMPARTO il patron anche di altra sigla di AREA non rappresentativa, non potendo partecipare anche all’incontro di AREA, pone un problema, legittimo o no non è la sede per parlarne, inerente l’AREA sperando di prendere due piccioni con una fava: illudere gli  interessati sperando di acquisire le loro deleghe ma, soprattutto, evitare reazioni da parte di quanti, in caso di rigetto dei ricorsi seriali e conseguenti condanne alle spese, potrebbero reagire (…e sarebbe ora!) anche con violenza alle reiterate prese in giro. Il gioco è semplice: per aderire ai ricorsi la conditio sine qua non è il rilascio della delega nell’attuale ruolo; se gli interessati dovessero diventare dirigenti la delega automaticamente verrà conteggiata nell’AREA; contrariamente sarà conteggiata nel COMPARTO. In un modo o nell’altro il patron vince la lotteria!!  Se i cosiddetti stoppati alla prova preselettiva hanno diritto ad entrare nei ruoli della dirigenza, lasciamolo decidere ai Giudici e noi saremo ben felici per quanti avranno giustizia  sapendo che in molti non hanno potuto superare la prova non per colpa loro.

E, naturalmente, si è parlato di didattica a distanza; che dovrà proseguire sino a tutte le vacanze pasquali, e poi si vedrà.

E’ ben vero che si sono, al momento, archiviati gli originari diktat: l’obbligo del telelavoro per i (non solo) docenti ora sussiste, la DAD non è più “illegittima e inapplicabile”, i dirigenti scolastici non sono più diffidati e minacciati di “ricorsi legali”, e i docenti dimostrano grande civismo e preparazione con un lavoro straordinario (il che è da apprezzare)  “ben oltre gli obblighi contrattuali” (il che non è vero, quantomeno se si vuol far passare l’idea che si stia facendo puro volontariato).

La sostanza è però immutata, perché – si legge nei comunicati – in materia restano discutibili “le incursioni” delle diverse note ministeriali “rispetto all’autonomia professionale e all’organizzazione delle attività che hanno rilievo sull’organizzazione del lavoro”. E “il mancato coinvolgimento sindacale ha di molto ostacolato una partenza che in molte realtà è stata conflittuale e che poteva essere diversa e più proficua”.

Perciò, previo “confronto costante e a tutto campo – da estendere al massimo livello politico … per rispondere efficacemente alle tante esigenze del momento” –, si insiste per “un provvedimento normativo organico sulla scuola che tenga dentro tutti gli aspetti didattici, organizzativi e amministrativi del sistema scolastico”, poiché è impensabile continuare con note e indicazioni operative “non sempre rigorosamente coerenti con la normativa esistente, insufficiente a gestire la fase attuale”.

Insomma, i decreti legge che si sono susseguiti per far fronte alla pandemia in atto, i decreti del Presidente del Consiglio, i decreti del Ministero dell’istruzione e le ulteriori note per declinarli progressivamente sino al limite del – sensatamente – possibile, restano incoerenti con la normativa esistente e  insufficienti a gestire la fase attuale.

Permane sotto tiro, in particolare, la nota del capodipartimento n. 358/2020, che ha fornito doverose, e alquanto elastiche, indicazioni ai dirigenti scolastici per il misurato esercizio dei loro poteri di organizzazione e di gestione, nel rispetto della sola informativa ai sindacati e secondo le modalità semplificate figuranti nelle disposizioni imposte dall’ emergenza. Che quindi possono, e devono, rimodulare la progettualità educativa approvata dagli organi collegiali – se lo ritengono, convocandoli con modalità telematiche e se ciò non sia improcrastinabile – anche per quanto concerne i termini di erogazione dei servizi tecnici, amministrativi e ausiliari in funzione di supporto, oltreché impegnati ad assicurare, con ”le modalità più adeguate possibili”, la continuità della generale azione amministrativa.

Adottare “modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa … in una situazione senza precedenti nella storia repubblicana”, assicurare il diritto all’ istruzione attraverso l’apprendimento a distanza “ove sia possibile”, mirare alle “coordinate essenziali dell’azione del sistema scolastico … in un contesto di sostenibilità operativa, giuridica e amministrativa”: queste le espressioni ricorrenti nella nota incriminata, perché non corrisponderebbe all’ attuale configurazione normativa né all’ emergenza che si sta vivendo!

Così come sono incriminati gli altri passaggi che pure avvertono i dirigenti scolastici di essere del tutto fuori luogo la “logica dell’adempimento”, mentre la loro funzione è di coordinare e orientare le diverse “libertà d’insegnamento” in modo che non diano luogo a “esperienze scollegate le une dalle altre”, e inducano i docenti a privilegiare una valutazione essenzialmente formativa e della quale va assicurata una significativa documentazione poi da validare nei consigli di classe nel quando e nel come consentiti dallo stato emergenziale.

Solo se si è in malafede si può vedere in ciò una lesione delle prerogative sindacali. O nelle richiesta di monitoraggio, “i cui termini di scadenza sono assolutamente indicativi”, con l’esclusivo scopo di “ottenere una panoramica nazionale che consenta di aiutare le istituzioni scolastiche, anche in rapporto a eventuali fondi che saranno messi a disposizione dal Governo”, come precisato nella nota del Coordinamento della task force ministeriale per le emergenze educative.

E sempre la malafede può attribuire all’Amministrazione l’avallo a, enfatizzate, iperregolamentazioni di  alcuni dirigenti scolastici, magari intimoriti dalla puntigliosa acrimonia di chi rivendica a ogni piè sospinto l’immancabile “tutela dei lavoratori”.

Sicché, alla fine, il problema è sempre lo stesso: scemano le diffide, ma i sindacati di comparto della propria controparte datoriale proprio non si fidano!