Avevamo ritenuto doveroso dare notizia  della penosa perifrasi postata dall’ANP sul sito ufficiale il 31 ottobre 2020: nel rinnovo dei contratti pubblici per il triennio 2019-2021, per la retribuzione di parte variabile (e retribuzione di risultato) dei dirigenti scolastici “si dovrà procedere nella direzione della continuità del processo di armonizzazione progressiva rispetto a quella degli altri colleghi dell’area Istruzione e Ricerca”.

Mette conto precisare, per diretta, ripetuta e recente nostra presenza ai tavoli negoziali di contrattazione integrativa della comune area – sicché la differenza con le altre aree dirigenziali di pari fascia, si  attesta sulla media di trentamila euro annui, a fronte dei circa diecimila euro medi destinati ai parenti poveri, dei quali peraltro si è ancora in larga maggioranza privi se si è stati immessi nel ruolo come vincitori dell’ultimo concorso a dirigente scolastico.

Ciò significa che la piena equiparazione economica con i – formali – coinquilini dirigenti dell’Università e della Ricerca può ancora ben essere diluita su un indeterminato arco temporale, in perfetto allineamento sulle posizioni di CGIL-CISL-UIL-SNALS (rappresentative, a un tempo, dei lavoratori docenti e ATA e della loro controparte datoriale), unitamente alla GILDA e ora con l’aggiunta dell’ANIEF. Tutti concordemente concentrati sull’incremento delle retribuzioni dei loro soci di maggioranza secondo il parametro comune a tutto il pubblico impiego, più uno specifico fondo per la – generica – valorizzazione del personale, più un non meglio specificato salario accessorio; e limitandosi alla benevola concessione ai dirigenti scolastici dell’incremento del Fondo unico nazionale nella misura strettamente necessaria per evitare una diminuzione della loro busta paga e dunque una cospicua vanificazione di quanto faticosamente acquisito, dopo vent’anni, con l’ultimo contratto cha ha reso omogenea la parte fissa.

Sennonché, a prestar fede al   comunicato del 10 dicembre u.s., parrebbe che l’ANP abbia mutato avviso, scrivendo che “occorre procedere con decisione all’armonizzazione della retribuzione dei dirigenti delle scuole con quella degli altri colleghi dell’area Istruzione e Ricerca in quanto l’attuale situazione emergenziale – solo per questo? – ha posto in luce la mole di responsabilità che grava sulla dirigenza scolastica e al contempo le molteplici aree da questa presidiate.

Ragion per cui – ed, è il caso di dire, alla buonora – “una adeguata remunerazione di una simile professionalità non può essere ulteriormente rinviata!”.

Se l’intendimento è sincero, ovvero non semplicemente declamato ma agito, DIRIGENTISCUOLA è da subito disponibile – e lo afferma pubblicamente invitando il Presidente dell’ANP ad un riscontro altrettanto ufficiale –  a costituire un fronte comune per richiedere, intanto e risolutamente:

  • lo stanziamento delle necessarie risorse in sede di avviata discussione parlamentare del disegno di legge sulla legge di bilancio per il 2021.
  • La cancellazione dell’articolo 15 del decreto legge 2 dicembre 2020, n. 158, in sede di sua conversione, recante “Disposizioni urgenti per fronteggiare i rischi sanitari connessi all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, c.d. decreto Ristori, che ha impropriamente corrisposto alla richiesta di CGIL-CISL-UIL dello slittamento di un anno sia della rilevazione della rappresentatività in scadenza il 31 dicembre 2020 che delle elezioni RSU dal 15 aprile 2021 al 15 aprile 2022: con la conseguenza che se pur ciò non dovesse fornire una motivazione ufficiale al rinvio ulteriore dei contratti collettivi nazionali, già scaduti da ben due anni, comunque vedrebbe ai tavoli negoziali sigle in fatto sovra-rappresentate o addirittura non più rappresentative, in spregio alla volontà di quanti, entro le tassative cadenze previste per legge, (non) hanno rilasciato delega.
  • L’apertura del tavolo negoziale per l’avvio delle trattative per il rinnovo del CCNL scaduto da ben due anni.